Coworking a Londra, arrivo nella City

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Credo di non essere l’unico a sentire gente che ti narra le meraviglie degli altri Paesi e tutte le volte che lo fa, non sai se crederci o meno. In questo periodo, poi, non fai altro che imbatterti in persone che hanno aperto, stanno aprendo o apriranno una sede in UK. Perché? Perché le cose sono veloci e le tasse ragionevoli, ti dicono.

Così un giorno decidi di saltare, per una volta, le tue sospirate vacanze al mare e passare la piovosa estate 2014 a Londra, in uno spazio di coworking, perché vuoi vedere da vicino come si lavora fuori dal Belpaese. In fondo, a te basta un computer e un collegamento a internet.

Fai una ricerca su Google e trovi quello che cercavi. Mandi una mail e ti rispondono dopo 20 minuti. Ti dicono che non ci sono problemi, ma sarebbe utile fissare un appuntamento conoscitivo prima di accettarti nello spazio. Mi sembra giusto. Lo scambio e l’interazione sono il cuore di un posto come questo. E così parti.

All’aeroporto trovi dei distributori di sim card per cellulari, scegli quella che ti pare: costano 99 centesimi e ci carichi su il credito che vuoi. Così l’operatore nostrano non ti dissangua con il roaming. È inevitabile pensare a cosa devi fare in Italia per comprare una ricaricabile: carta d’identità, codice fiscale, manda questo via fax e metti una firma qui, tempo buttato…

Sei arrivato a Londra un giorno prima dell’appuntamento e decidi di farti un giro perché si narra che qui sia possibile lavorare col proprio portatile davanti a un bar, mentre si sorseggia un caffè, senza pagare la connessione. In realtà ormai succede (quasi) ovunque. Incontri ragazzi che arrivano da tutto il mondo e davanti a uno Starbucks aggiornano siti e studiano campagne pubblicitarie. Il lavoro è uscito dagli uffici, dai luoghi chiusi, potrebbe essere una grande opportunità per il nostro Paese che di spazi aperti, da riempire di turisti e Wi-fi, ne avrebbe da vendere.

Ma 10 anni di limitazioni dovute alla lungimiranza dei nostri politici (Gasparri e Pisanu) ci hanno tagliato le gambe. Fino a qualche tempo fa per accedere a una rete Wi-fi pubblica bisognava fornire al gestore del bar di turno, il codice fiscale, la carta d’identità, il numero del cellulare e quello delle scarpe… Dal 2011 la situazione è migliorata parecchio, ma quanto tempo sprecato…
“In Italia ci siamo stati per un po’: Venezia, Roma, Firenze, ma per noi nomadi digitali non va bene” Ti raccontano dei ragazzi olandesi. “Tante aree non sono coperte dalla rete. Di solito, poi, i locali che offrono il Wi-fi, ti guardano storto se rimani più di mezzora”.

Ma intanto le nostre menti politiche stanno mettendo a punto un’agenda digitale che quando fra 50 anni sarà attuata farà impallidire il mondo.

“Di cosa ti occupi?” Mi chiede la signorina del coworking. Racconto che scrivo per un giovane sito che parla di startup. Visto che il sito stesso è una startup, mi applica al volo uno sconto sul costo dell’affitto. Intanto mi spedisce via mail i moduli da compilare. Ci metto 5 minuti perché nel frattempo mi sono seduto e collegato col Wi-fi libero messo a disposizione.
Adesso, sono socio dell’hub, mi consegnano un badge per aprire la porta d’ingresso e intanto mi arrivano delle mail. Ci sono tanti incontri interessanti e mi consigliano caldamente di partecipare perché degli specialisti ti spiegano come realizzare un business plan, come comunicare il valore della propria idea o come ci si rende conto se il proprio progetto è fattibile o campato in aria. Come rifiutare?
Mi guardo intorno: vedo gente che lavora, scherza, si scambia idee e numeri di telefono e penso che come inizio, non è male. Non è proprio, per niente male…

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Giornalista freelance, laureato in lingue e letterature straniere moderne, da 20 anni si occupa di stampa specializzata e da 10 di magazine digitali, siti internet, Seo e web marketing. Insegna comunicazione e web writing.