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L’Italia degli incubatori e acceleratori: numeri, evoluzioni e prospettive dell’ecosistema 2024

Solo il 23% degli incubatori italiani dichiara una specializzazione settoriale, un dato che lascia intendere come la maggior parte delle strutture mantenga un approccio generalista. Tra quelli specializzati, spiccano i settori del digitale, healthtech, greentech e social innovation, tutti ambiti in forte espansione.

In un’Italia che guarda con sempre maggiore interesse all’innovazione e alle startup, gli incubatori e gli acceleratori giocano un ruolo cruciale. Ma quanto sono davvero efficaci questi attori? Qual è il loro stato di salute? E che impatto reale hanno sull’ecosistema dell’innovazione?

Ce lo racconta il nuovo Report pubblico 2024 sugli incubatori e acceleratori italiani realizzato da Social Innovation Monitor (SIM), un’analisi approfondita che mappa, misura e racconta la rete di questi soggetti sul territorio nazionale. Un documento importante, che fotografa l’evoluzione di un sistema dinamico ma ancora fragile in molte sue componenti.

La mappa dell’innovazione

Partiamo dai numeri: in Italia sono 270 gli incubatori e acceleratori attivi, distribuiti in maniera piuttosto eterogenea sul territorio. Le regioni più ricche di strutture sono Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte, confermando la tendenza storica che vede il Nord e alcune aree centrali più attive in termini di imprenditorialità innovativa.

La distinzione tra “incubatori” e “acceleratori” è ormai sfumata, almeno nella pratica. Sempre più spesso, infatti, queste realtà offrono servizi misti: dall’accompagnamento iniziale per idee ancora in fase embrionale, fino alla crescita strutturata di startup già consolidate. Il confine è labile, e le etichette spesso si sovrappongono. Tuttavia, è interessante notare come oltre il 55% degli incubatori offra anche percorsi di accelerazione, e viceversa.

In Italia ci sono 270 incubatori e acceleratori, ma il numero da solo non basta a raccontare la qualità del supporto che offrono.”

Servizi offerti: non solo spazi e mentorship

Un aspetto centrale del report è l’analisi dei servizi erogati. Lontani ormai dall’essere semplici fornitori di spazi di coworking o tutoraggio, gli incubatori italiani stanno ampliando le loro competenze. La maggior parte offre servizi di mentorship, formazione imprenditoriale, supporto al fundraising e networking.

Molto interessante è l’evidenza che l’82% degli incubatori/acceleratori propone programmi di formazione strutturata, mentre solo il 40% offre supporto diretto nella ricerca di finanziamenti. Una discrepanza che segnala ancora una certa difficoltà nel costruire ponti solidi con il mondo del venture capital.

In termini di collaborazioni, circa il 60% degli incubatori ha attivato relazioni con investitori, ma queste restano spesso informali o episodiche. La collaborazione con corporate e grandi aziende è invece ancora limitata, e rappresenta un’area di miglioramento.

Solo il 40% degli incubatori italiani offre supporto diretto al fundraising: un dato che rivela una fragilità sistemica.”

Quanto dura l’incubazione?

Uno degli aspetti più pratici e interessanti riguarda la durata media dei percorsi di incubazione e accelerazione. Secondo il report, il tempo medio in cui una startup resta all’interno di un programma è di 10 mesi, con una leggera tendenza a salire nei percorsi di incubazione (fino a 12 mesi) rispetto a quelli di accelerazione (8-9 mesi).

Questa durata riflette un equilibrio tra l’esigenza di costruire solide fondamenta e la necessità di spingere rapidamente sul go-to-market. Tuttavia, il report evidenzia come molti incubatori non effettuino un vero e proprio follow-up dopo la conclusione del programma, lasciando le startup spesso sole in una fase critica.

Il tempo medio di permanenza in un incubatore è di 10 mesi: quanto basta per lanciare, ma non sempre per consolidare.”

Specializzazioni settoriali e impatto

Solo il 23% degli incubatori italiani dichiara una specializzazione settoriale, un dato che lascia intendere come la maggior parte delle strutture mantenga un approccio generalista. Tra quelli specializzati, spiccano i settori del digitale, healthtech, greentech e social innovation, tutti ambiti in forte espansione.

Questa assenza di focus è un’arma a doppio taglio: da un lato consente una maggiore apertura a idee eterogenee, dall’altro rischia di non offrire un supporto realmente mirato. In un’epoca in cui le competenze verticali fanno la differenza, molti osservatori chiedono un cambio di passo.

Solo il 23% degli incubatori italiani ha una specializzazione settoriale: una mancanza che limita l’efficacia del supporto offerto.”

La sfida della sostenibilità

Un aspetto che il report tocca solo marginalmente, ma che emerge tra le righe, è quello della sostenibilità economica degli incubatori stessi. Molti operano con fondi pubblici, bandi europei o finanziamenti a progetto. Questo li rende fragili, spesso costretti a inseguire bandi piuttosto che costruire modelli di business solidi e replicabili. Inoltre, il tasso di sopravvivenza delle startup incubate non è ancora sistematicamente monitorato, e mancano indicatori condivisi per valutare l’impatto reale degli incubatori sull’ecosistema nazionale. La necessità di una maggiore accountability è quindi una delle urgenze evidenziate dal report.

Cosa manca davvero?

Dalla lettura del report emergono alcune lacune strutturali del sistema italiano:

  • Scarsa interconnessione tra incubatori e università, tranne in alcune eccellenze.

  • Mancanza di un database nazionale condiviso sulle performance delle startup incubate.

  • Carente presenza di incubatori in aree periferiche e Sud Italia, dove invece l’innovazione avrebbe un impatto trasformativo maggiore.

Eppure, non mancano esempi virtuosi. Alcuni incubatori sono riusciti a costruire modelli solidi e orientati all’impatto, come PoliHub a Milano, Nana Bianca a Firenze o I3P a Torino, che combinano servizi di alta qualità, relazioni con investitori e un forte posizionamento territoriale.

In Italia manca un database nazionale condiviso per valutare l’impatto reale degli incubatori: un vuoto da colmare con urgenza.”

Guardare avanti

Il 2024 rappresenta un anno chiave per il sistema dell’innovazione italiano. Le startup sono sempre più numerose, ma la loro crescita dipende dalla qualità dell’ecosistema in cui nascono. Gli incubatori e acceleratori ne sono un pilastro, ma devono evolversi: più specializzazione, più connessione con il mondo corporate, più focus sui risultati.

Il report di SIM è un passo importante: una base dati preziosa su cui costruire policy più efficaci, investimenti più intelligenti e strategie di lungo periodo. Perché un sistema innovativo forte ha bisogno di fondamenta solide. E gli incubatori sono proprio questo: le fondamenta su cui si costruisce il futuro dell’Italia startup.

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Business Development Manager at Dynamo, Author Manuale di Equity Crowdfunding, Angel Investor in CrossFund, Journalist, Crowdfunding Marketing Strategist, Startup-News.it founder, IED Lecturer.

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