Coworking, l’ufficio a tempo determinato

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Partire con una nuova attività, soprattutto da freelance, non è un’impresa facile. I costi da sostenere sono tantissimi e fra questi, quello dell’ufficio non è affatto da sottovalutare. Finalmente le amministrazioni comunali italiane si sono accorte dell’esistenza del coworking, lo spazio di lavoro condiviso per non affrontare la crisi in solitudine. Nel nostro Paese questa è un una “moda” relativamente nuova, ma l’Italia, come spesso accade, era rimasta indietro rispetto alle grandi metropoli occidentali e il censimento di questa attività era diventato una corsa a ostacoli. Per questo alcuni comuni della Penisola, come Milano ad esempio, hanno deciso di stanziare dei fondi per conteggiare e monitorare le situazioni di coworking. Difficoltà di censimento, ma anche di regolamentazione. E le incognite sono sempre molte. Ad esempio: come si deve comportare un coworker con il Fisco? Si può fatturare? Sono costi scaricabili? Chi e come si può aprire un locale di coworking?

Molte risposte a queste domande le troviamo sul sito di coworkingproject.

 

Le norme sugli spazi adibiti a coworking

Ci sono due norme fondamentali che riguardano gli spazi adibiti al coworking.

  1. La prima concerne la destinazione d’uso dei locali che devono essere accatastati come “uffici” (in caso contrario bisognerebbe fare una variazione all’ufficio del catasto). Quindi se posseggo un locale che ha come destinazione d’uso “magazzino” oppure “negozio” sarò impossibilitato ad aprire uno spazio condiviso.
  2. La seconda riguarda prettamente gli immobili che devono rispettare le normali norme di sicurezza di legge (decreto legislativo 81/08).

In più è conveniente che per ogni periodo di locazione anche minimo, si prepari un piccolo contratto poiché vi sono implicazioni in termini di sicurezza, trattamento dati e responsabilità varie che devono essere opportunamente inquadrate e non possono essere sottovalutate. In compenso non è necessario essere proprietario di un immobile. L’attività di coworking non è da considerarsi una sublocazione, ma un utilizzo di strutture (e come tale è inquadrato legalmente nel contratto di utilizzo della postazione). Per questo motivo, non si contravviene in nessun modo a un eventuale divieto di sublocazione nel caso in cui si decida di utilizzare degli spazi all’interno di un ufficio in locazione. A meno che non si diano le chiavi dell’immobile agli utilizzatori. In questo caso servono autorizzazioni aggiuntive anche da parte del proprietario. Altre autorizzazioni riguardano la privacy visto che spesso i computer sono condivisi.

 

L’ufficio flessibile

La flessibilità è sicuramente il valore aggiunto di questa idea, che consente di poter avere un ufficio arredato e attrezzato di ogni servizio, con la possibilità di pagarlo per l’effettivo utilizzo. E il costo è davvero minimo. I prezzi vanno dai 170 fino ad arrivare a 600 euro mensili. Ma non è tutto oro quello che luccica perché il coworking è inteso semplicemente come una condivisione dei locali e la legislazione italiana dal punto di vista fiscale, al momento non ne prevede uno specifico inquadramento. Questo si traduce in una grande difficoltà da parte dei suoi frequentatori, per la maggior parte lavoratori autonomi, liberi professionisti con partita Iva, di poter scaricare i costi dello spazio condiviso. In più, proprio per questa difficoltà di catalogazione, nessun fondo pubblico è destinato alla pratica. Questo rende impossibile agli investitori l’accesso al mercato o alla ristrutturazione di immobili lasciati all’incuria, con gravi perdite di risorse, non solo economiche. Così l’Italia rimane a guardare mentre Parigi, Londra e Berlino riprendono i loro spazi urbani trasformandoli in luoghi condivisi e di integrazione.

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