Google sta costruendo Dragonfly, il motore di ricerca censurato per i cinesi. Ma i suoi dipendenti non ci stanno


Che in Cina non ci sia una vera democrazia e che l’accesso a Internet sia censurato non è certo una novità. Quello che pochi sanno è che due giganti della Rete come Google e Facebook non si vogliono rassegnare a perdere gli enormi guadagni provenienti dalla nazione più abitata del mondo e stanno mettendo a punto un motore di ricerca censurato e controllato e un social network su misura per i cinesi. Non appena ad agosto si è diffusa la notizia che un gruppo di ingegneri indiani di Google stava mettendo a punto Dragonfly, un motore realizzato secondo le direttive del governo cinese, 1400 dipendenti  hanno pubblicato una lettera di protesta ufficiale che chiedeva maggiore trasparenza e soprattutto l’aderenza ai principi dell’azienda che ha come motto “Don’t be evil” (non fare del male).

Non appena ad agosto si è diffusa la notizia che un gruppo di ingegneri indiani di Google stava mettendo a punto Dragonfly, un motore realizzato secondo le direttive del governo cinese, 1400 dipendenti hanno pubblicato una lettera di protesta ufficiale che chiedeva maggiore trasparenza e soprattutto l’aderenza ai principi dell’azienda che ha come motto “Don’t be evil” (non fare del male)

La risposta dei principali dirigenti di Google a questa forma di protesta è stata molto dura e i firmatari sono stati messi di fronte a un aut-aut, o la protesta o il lavoro. E infatti in cinque si sono licenziati denunciando il cambiamento delle politiche di Google che vengono definite “autoritarie”. Sono in molti in realtà a temere che l’esperimento cinese possa venire riprodotto anche in altre nazioni magari eliminando la parte della censura e lasciando il controllo. La caratteristica più preoccupante di Dragonfly infatti è proprio quella di identificare ogni ricerca attraverso il numero di telefono e archiviarla in un enorme database personalizzato per ciascun navigatore. Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Senza Frontiere hanno protestato ufficialmente con il CEO di Google Sundar Pichai, che non ha ancora risposto. Quello che è successo però è che dopo una settimana un portavoce di Google ha annunciato che il progetto è ancora in fase embrionale e che al momento si stanno vagliando le modalità di collaborazione con la Cina. Forse la protesta almeno per il momento è riuscita.

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Francesco Pensabene

20+ years experience as a tech journalist, senior writer and editor.

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