Quanto valgono i tuoi dati personali?

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Leggiamo ormai quotidianamente di crimini informatici ai danni di aziende, siti di e-commerce o banche e, nella stragrande maggioranza dei casi, quello che viene rubato non sono soldi, ma dati, informazioni personali riguardanti nomi, indirizzi, immagini, numeri di telefono e così via. I dati delle persone sono oggi la più grande moneta di scambio del web.
Ma a cosa servono? A fare marketing. A farci acquistare di tutto, nel migliore dei casi, a ricattarci nel peggiore.

La paura dei furti

Il problema vero però, non sta solo nel crimine organizzato e nei continui e ripetuti tentativi di furto. D’altronde quello è il loro mestiere, quanto nella poca accortezza che spesso noi stessi riserviamo alle informazioni che ci riguardano. Un recente studio di Kaspersky Lab, che ha coinvolto oltre 7.000 utenti di varie nazioni europee, mette in luce una grande paura, diffusa in tutto il continente, legata alla possibilità di furto e di uso illegale dei dati personali, ma mostra anche che gran parte delle persone non è informata sul valore di questi stessi dati e neppure sugli scopi per i quali i criminali potrebbero utilizzarli.

La ricerca di Kaspersky

Mentre il 59% delle persone che hanno partecipato alla ricerca di Kaspersky Lab riconosce che le aziende potrebbero cercare di trarre dei profitti dalla vendita dei dati personali a terze parti, il 50% di loro non è consapevole di quanto possano valere quegli stessi dati sia per le aziende, sia per i cyber-criminali. Il risultato è che il loro approccio alla sicurezza informatica può essere discontinuo, rendendo la vita facile ai criminali digitali quando si tratta di rubare dati o di commettere reati. Il fatto è che i dati, anche quelli che la maggior parte delle persone potrebbe considerare come poco importanti, vengono sistematicamente rubati e venduti nel Dark Web. Un esempio: il prezzo delle cartelle cliniche rubate, vendute a una cifra compresa tra i 70 e i 100 dollari ciascuna, nel 2016, ora è diminuito, semplicemente perché ce ne sono moltissime in circolazione”.

https://www.pacetechnical.com/much-identity-worth-black-market

E noi cosa facciamo?

Ma mettiamo da parte i cyber-criminali che rubano per mestiere e senza scuse. Pensiamo invece a noi. Facciamo davvero il possibile per blindare quanto ci riguarda? Ogni giorno ci troviamo a che fare con qualcuno che ci chiede l’indirizzo email, il telefono o ci invita a mettere mi piace su qualcosa. Mettiamo in mano lo smartphone con il nostro account a bambini che possono scaricare e fare clic su app studiate apposta per loro, per fargli installare inconsapevolmente, programmi spia nel nostro telefono e recuperare informazioni che, a piccoli pezzi, costruiscono la nostra identità digitale.

Perché molto siti o app ci chiedono di accedere ai loro servizi attraverso gli account di Facebook o di Google? Solo per comodità? Per non tediarci con una nuova password da ricordare? Oppure per avere accesso a ben altre informazioni che noi stessi pubblichiamo sui social? Perché qualcuno dovrebbe programmare e pubblicare un’app gratuita che mi propone un sondaggio per sapere se il mio orientamento politico è di destra o di sinistra e poi mi spinge a condividerlo con gli amici? Sarà mai che quelle informazioni possano tornare utili a qualcuno, magari durante una campagna elettorale? Lo scandalo Cambridge Analytica dovrebbe insegnarci come prima cosa a diffidare senza mezzi termini di tutto il ciarpame che circola in rete. E questo sarebbe già un bel primo passo.

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Giornalista hi-tech e formatore, da oltre 20 anni si occupa di stampa specializzata, magazine digitali, startup, siti internet, Seo e web marketing. Insegna comunicazione e web writing.

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