Chi ha paura dei videogiochi?

Videogiochi

  videogiochi, come molte altri fonti di intrattenimento, vivono periodi di grande attenzione fino ad arrivare alla demonizzazione a cui seguono ondate di semi-indifferenza. Qualche mese fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la dipendenza dai videogiochi come un disturbo simile alla ludopatia, decisione controversa che ha incontrato non poche perplessità. Di sicuro il videogame in se stesso non è un male in assoluto, ma come evidenzia con preoccupazione il Wall Street Journal, non possiamo illuderci che tanti giochi non contengano meccanismi pensati appositamente per generare attaccamento.
Oltre ad essere uno strumento “necessario” alla socializzazione per molti giovanissimi (“se tutti i miei amici giocano a Fortnite, devo farlo anch’io”), e ad essere indispensabili per esercitare alcune competenze e abilità digitali utili a vivere nel mondo contemporaneo, è impossibile ignorare il fatto che i giochi per PC, console e smartphone siano progettati per fare leva su alcuni processi cerebrali, in particolare quelli legati al senso del piacere.
Le ricompense ricevute ogni volta che accediamo al gioco, i nuovi contenuti che ci invitano a controllare frequentemente gli aggiornamenti che magari restano online per poco tempo e quindi potrebbero sfuggirci, determinati compiti da portare a termine ogni giorno: elementi che non ci aiutano a stare lontani dal nostro gioco preferito e che, uniti alla gratuità di moltissimi videogame e alla facilità di accesso tramite smartphone, potrebbero quantomeno favorire la dipendenza, se non indurla.

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Diplomata al liceo classico e laureata in biotecnologie industriali, da 7 anni lavora nel mondo dell'editoria di settore online e su carta stampata. Collabora durante le fasi di ideazione e rilancio di prodotti editoriali e si occupa di correzione di bozze, editing e revisione di articoli, saggi e romanzi.

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