Regime dei minimi 2015 o forfettario? Ecco le differenze

Regime dei Minimi 2015 Forfettario Startup News


Scegliere il vecchio regime dei minimi al 5% o quello forfettario al 15%? È la domanda che ci si pone quando si decide di aprire una nuova attività. Nella pratica la prima opzione sembra quella preferita dalle partite Iva, poco propense ad abbandonare il vecchio per seguire il nuovo.

Vediamo però di capirne più, scoprendo le differenze tra i due modelli.

 

Regime agevolato

In entrambi i casi non si paga né l’Iva né l’Irap.

Innanzitutto va detto che entrambi sono regimi agevolati rispetto a quello ordinario, perché oltre a prevedere una tassazione fissa e non a scaglioni progressivi, presentano anche semplificazioni contabili e fiscali: solo per capirsi in entrambi i casi non si paga né l’Iva né l’Irap.

 

Le differenze

Per essere minimi bisogna sempre fatturare meno di 30mila euro all’anno: se si supera il tetto addio vantaggi.

Nel regime dei minimi l’Irpef da pagare a fine anno è pari al 5% del reddito calcolato come differenza tra quanto si è incassato e quanto si è pagato. Ovviamente i costi deducibili sono solo quelli inerenti all’attività e non anche le spese personali.

Questa tassazione agevolata si può mantenere per i primi cinque anni di attività, ad eccezione dei giovani che possono mantenerlo anche oltre i cinque anni, ma fino al compimento del trentacinquesimo anno di età. Per essere minimi bisogna però sempre fatturare meno di 30mila euro all’anno: se si supera il tetto addio vantaggi.

Nei minimi l’Irpef da pagare a fine anno è pari al 5% del reddito calcolato come differenza tra quanto si è incassato e quanto si è pagato.

Nel nuovo regime forfetario la percentuale di tassazione è del 15%. Occhio però che il reddito non è calcolato come differenza tra costi e ricavi, ma è determinato forfettariamente (da qui il nome attribuito nella prassi al nuovo regime) dal Fisco applicando ai ricavi una percentuale variabile in base all’attività svolta.

Questo regime può essere mantenuto senza limiti di tempo, sempre se si resta nel tetto massimo di fatturato. Anche questa soglia non è fissa, ma varia a seconda dell’attività. In particolare il tetto oscilla tra i 15mila e i 40mila euro annui.

 

Gli aspetti simili

Fin qui le differenze, i due regimi hanno però anche alcune cose in comuni. Per esempio le semplificazioni burocratiche.

La percentuale fissa di tassazione è del 5% nei minimi e del 15% nel forfettario.

La percentuale fissa di tassazione (5% nel regime dei minimi, 15% nel forfettario) sostituisce infatti il pagamento dell’Irpef e delle addizionali comunali e regionali, nonché il versamento dell’Irap.

Inoltre in entrambi i casi le persone che aderiscono non dovranno applicare l’Iva nelle fatture (la spesa finale del cliente sarà quindi più bassa), ma di conseguenza non potranno neanche scaricare l’Iva pagata sugli acquisti (in questo caso quindi il costo sarà più alto, ma almeno nel regime dei minimi è deducibile, nel forfettario non si può invece scaricare).

Chi aderisce non dovrà applicare l’Iva nelle fatture e potrà proporre prezzi più vantaggiosi ai clienti.

Infine ultime due caratteristiche in comune: chi sceglie uno dei due regimi non è soggetto alla ritenuta d’acconto (incasserà quindi di più dal cliente) e non dovrà tenere la contabilità.

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Mario Nicoliello

Laureato in Direzione Aziendale all’Università di Brescia, ha conseguito presso il medesimo ateneo il dottorato di ricerca in Economia Aziendale. Interessi di ricerca: storia della ragioneria, economia dello sport, atletica, calcio.

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