Native advertising, la pubblicità del futuro

Julien Mosse Ligatus


Sono anni che ci dicono che la pubblicità tradizionale, quella interruttiva che rovina la visione di un film o l’ascolto di un programma radio, non funziona più. Nemmeno online. Ed è per questo che si è cercata una soluzione per venire incontro alle esigenze di tutti: i brand che vogliono portare ai loro lettori, soprattutto online e su cellulare, i propri contenuti in modo che siano perfettamente in linea in termini di look & feel e pertinenza all’ambiente web in cui sono pubblicati; e i lettori stessi che vogliono un contenuto che sia davvero rilevante per loro. La soluzione si chiama “Native advertising” grazie al suo modo trasparente di comunicare agli utenti, in un formato dichiaratamente pubblicitario, i valori del brand senza disturbare la navigazione online sui diversi dispositivi oggi disponibili.

I tempi sono maturi

Se ne parla da qualche tempo, ma adesso i tempi sono davvero maturi. La dimostrazione è che l’ultima edizione dello IAB Forum di Milano ha visto il native tra i protagonisti dei workshop e, cosa molto social, degli hashtag. Ma che cos’è, in pratica, il Native advertising? Detto in parole povere si tratta di contenuti di carattere pubblicitario ma che non sembrano pubblicità. I tassi di crescita a tre cifre dimostrano che questo modello sta funzionando, che gli utenti sono disposti a leggere contributi sui temi di loro interesse, anche se chiaramente sponsorizzati. Al centro c’è sempre il cliente e i suoi interessi: non ha più senso “sparare nel mucchio”, ma occorre far vedere i contenuti giusti alle persone giuste, nel momento e nel posto più opportuni. È in questo contesto che si inserisce anche il programmatic advertising: l’automatizzazione del processo di compravendita degli spazi pubblicitari, soprattutto in relazione al target.

 

L’intervista a Julien Mosse

Per fare chiarezza su questo segmento di mercato, sul native in particolare, siamo andati allo IAB Forum di Milano lo scorso 29 novembre, e abbiamo incontrato Julien Mosse, il COO di Ligatus, azienda tedesca attiva da più di dieci anni, parte al 100 percento del gruppo Gruner + Jahr, in Italia da oltre tre anni. Abbiamo chiesto a Mosse come funziona il native Ligatus.

La nostra piattaforma di annunci punta tutto sulla qualità. Abbiamo messo a punto un algoritmo che ha un solo diktat: la selezione qualitativa. Prima di tutto dei contenuti, per cui abbiamo team in tutti e nove i paesi in cui operiamo che aiutano i clienti a creare copy e progetti grafici che funzionino davvero. Ma soprattutto la qualità del network: puntiamo su una rete di publisher premium, al fine di evitare che il messaggio dei clienti finisca sui siti sbagliati. Si tratta, in particolare, di tutelare il loro brand nei contesti editoriali online, la cosiddetta brand-safety”.

Mosse ci fa nomi di clienti importanti: parla di IBM, Renault, P&G, Disney e così via. Ma noi piccole aziende? Possiamo usare questo innovativo modo di fare advertising online?

Assolutamente sì. Abbiamo una piattaforma dedicata, detta Selfbooking, che permette di fare pubblicità all’interno del network di editori premium di Ligatus mantenendo il controllo diretto. Lo strumento permette di configurare e gestire la campagna online in poco tempo e senza un budget minimo, su desktop, tablet e mobile”.

D’accordo, non c’è un budget minimo. Ma per finire sul network premium ci sarà un minimo di spesa consigliato…

In realtà si possono fare investimenti anche da 200 o 300 euro, o addirittura 100 euro!

Ci permetta una domanda “cattiva”: al di là delle questioni dei contenuti, perché una startup dovrebbe scegliere il native invece delle campagne AdWords?

Semplice: perché non sempre i volumi di ricerca sono sufficienti per avere risultati con lo strumento di Google. Oppure perché le keyword costano troppo. E in generale, se devi far conoscere la tua nuova azienda, devi puntare su un’alternativa al display advertising. I numeri dicono che questa alternativa si chiama Native”.

Insomma, il Native advertising è innegabilmente un’ottima opportunità per gli editori, ma anche per gli inserzionisti, a includere anche le startup che vogliono farsi conoscere sul Web.

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Redazione

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